A Travellerspoint blog

Arrivederci, Kenya

la conclusione di un'incredibile estate

Scrivo da Parigi. Dal mio nuovo appartamentino. Dal mio computer. Tutto e' finito, e sembra quasi che la mia avventura in Kenya sia stata tutto un sogno. Ma sulla scrivania ci sono piccoli porta-oggetti di pietra ollare fatti a mano che ho comprato a Tabaka uno degli ultimi finesettimana; e sul comodino orecchini e oggettini che ho comprato per le mie amici/he come souvenir e che daro' loro non appena li rivedro'; nel mio profilo facebook ci sono centinaia di nuove foto di me e Chain circondati dalle facce sorridenti degli studenti di Eronge; sullo stendino, gonne lunghe inutilizzabili (almeno per quanto mi riguarda) nel mondo 'reale' che al terzo lavaggio caldo rilasciano ancora acqua strapiena di polvere. Ma piu' di ogni altra cosa, tante bellissime memorie di quella terra cosi' lontana da questa nuova vita parigina affollano la mia mente, e mi dicono che no, non e' stato un addio, al massimo un arrivederci.

Le ultime due settimane ad Eronge sono state frenetiche. Chain ed io siamo stati impegnatissimi a completare i nostri progetti- a mettere fretta al carpentiere per finire i tavoli prima della nostra partenza, a comprare gli ultimi libri, a ricoprirli di plastica trasparente, a comprare calcolatrici grazie a una donazione dell'ultimo minuto in memoria di due zii venuti a mancare recentemente; abbiamo organizzato un forum di discussione sui metodi di insegnamento per i professori, cercando di incoraggiarli a parlare tra loro e a scambiarsi idee su come insegnare in modo interattivo e interessante; abbiamo chiuso i conti con l'elettricista per aver installato l'elettricita' nel laboratorio, e con l'imbianchino per aver pitturato tutte le superfici; abbiamo fatto nuovi poster da appendere sui muri della scuola (tra cui uno sulla malaria, prima causa di morte in Kenya, di cui i ragazzi a volte, abbiamo scoperto, non conoscono nemmeno i sintomi); abbiamo disegnato nell'erba il nuovo campo per la pallavvolo e abbiamo montato la rete. E abbiamo anche dovuto perdere un sacco di tempo a completare documenti per il 'passaggio di consegne' che avverra' l'anno prossimo. Come ho gia' accennato, l'estate prossima ci saranno altri 2 studenti KEP ad Eronge, e forse (se ritenuto necessario) ce ne saranno anche altri 2 l'anno successivo. Al contrario di Chain ed io, che siamo stati i 'pionieri' KEP alla scuola, i nostri successori avranno accesso a molto piu' materiale informativo, e sapranno cosa li aspetta in quanto a infrastrutture, materiale scolastico etc grazie a questo documentone di 30 pagine (chiamato 'Handover pack') che siamo stati impegnati a compilare giudiziosamente durante le nostre ultime settimane ad Eronge.

L'ultimo giorno ad Eronge mi ha preso alla sprovvista- troppo presto perche' potessi rendermi conto che fossero gia' passate 8 settimane dal nostro arrivo. La scuola ha organizzato una giornata di festeggiamenti in nostro onore, con tutti i professori, studenti, rappresentanti dei genitori e rappresentanti dell'amministrazione chiamati a fare un discorso di ringraziamento e a salutarci in pompa magna. Ringraziamenti a non finire, e come sempre in queste situazioni, tanta retorica. Ma ci sono stati anche discorsi che mi hanno commosso. In particolare, quello di Josephine, la nostra 'mamma adottiva' di cui ho forse parlato troppo poco in questo blog ma alla quale mi sono affezionata moltissimo durante questa lunga estate. Josephine ci ha ringraziato non solo per i frutti del nostro investimento (libri, elettricita', calcolatrici ecc), ma anche perche', ha detto, ha avuto la possibilita' di imparare tante cose da noi. Ad arrivare in orario, ad esempio. Quando ci ha chiesto di andare a visitare una mattina la scuola dove insegna (la scuola elementare di Magombo), noi ci siamo presentati alle 7 di mattina come di accordo alla sua porta- non con le due ore di ritardo che i kenyani danno praticamente per scontate. O a mantenere le promesse. Quando le abbiamo promesso di comprarle una torcia 'da testa' perche' le poteva essere utile per cucinare (dato che nella casupola di fango tradizionale che e' la sua cucina, c'e' poca luce- per non parlare del fatto che spesso salta l'elettricita'...), gliel'abbiamo comprata non appena siamo andati al supermercato di Kisii. Ha detto anche di aver notato in noi un grande rispetto per gli altri- adulti, ragazzi e bambini- e nel suo discorso rivolto agli studenti ha detto loro di imparare da noi, perche' e' solo rispettando il prossimo che si puo' crescere insieme. Parole che mi hanno scaldato il cuore, perche' sapevo essere genuine, come gli occhi umidi di Josephine mi hanno confermato quando, in conclusione del suo discorso, ci ha guardato con il suo grande sorriso gentile. Come dicevo, c'e' stata anche tanta retorica vuota durante la giornata- come quando alcuni degli insegnanti hanno esortato gli studenti a studiare di piu' perche' anche per loro e' possibile andare a Oxford o a Cambridge come me e Chain, se solo si impegnano a fondo. Ed e' inutile nascondere che questa sia una bugia- con tasse universitarie per studenti non UE di 20mila sterline e passa (e non una borsa di studio per Kenyani), come potrebbe anche il piu' brillante degli studenti andare a studiare a Oxford o Cambridge? E ci vorrebbe un miracolo per dare loro la possibilita' di studiare negli Stati Uniti, dove le borse di studio ci sono, ma anche solo fare domanda costa soldi, tempo e richiede una preparazione a cui la maggior parte degli studenti di Eronge non ha accesso. E' stata una giornata densa e emotiva, conclusasi con tanti abbracci di addio (o, spero, di arrivederci) e tante promesse di mantenere i contatti, che spero tanto avranno effettivamente seguito.

Dopo due giorni a Nairobi, anche Chain ed io ci siamo salutati. Mi sono resa conto di essermi affezionata moltissimo a lui- un po' come ci si affeziona a un fratello piccolo un po' fastidioso ma a cui alla fin fine si impara a voler bene. Ne abbiamo passate di tutti i colori insieme, e penso proprio che abbiamo formato una gran bella squadra.

E ora sono qui, catapultata in questa grande citta' dove tutti parlano con questa r moscia troppo ridicola per essere presa sul serio. Ogni tanto mi guardo intorno e resto imbambolata a guardare tutto questo cemento- non mi ero mai fermata a pensare che nelle citta' europee non esistano strade bianche! Non si vede terra da nessuna parte! E farsi la doccia e lavare i panni con l'acqua calda?? ... aaaaaahhh che lusso! Per non parlare delle strade liscie, la metro, la varieta' di cibi nei supermercati, la quantita' di luce per le strade nella notte, la liberta' di tornare a casa a piedi dopo le 7 di sera senza il minimo problema, e il non sentirsi osservati tutto il tempo, e il fatto che in Francia torno ad essere di aspetto assolutamente insignificante (anche perche' i tacchi e i vestiti di alta moda delle parigine non c'e' verso che io me li metta) e non 'cosi' bella e grassa' come in Kenya. Sono qua ormai da una settimana, e ancora ogni tanto mi fermo disorientata per strada a pensare quanto questo mondo sia diverso dal mondo di Jane Samba, George Onkoba, e Josephine Omwenga, le mie studentesse preferite Judy Bosire e Violet , e il caposcuola Sam, e Sixtus (che secondo me e' omosessuale ma in Kenya non ammettera' mai nemmeno a se stesso di essere tale, dato che sarebbe ostracizzato dal villaggio e dall'intero paese se scoperto tale- e no, non esagero), e gli insegnanti di matematica che sognano di fare un dottorato in america, e il pastore del villagio che crede nella stregoneria...

Le mie avventure in Kenya non sono finite, ma questa e' la fine del primo capitolo. Spero di poter tornare l'estate prossima da coordinatrice e selezionatrice delle scuole con KEP, ma e' tutto da vedere, da organizzare, da discutere. Per adesso, questo e' tutto.

E' stata un'estate magica. Grazie, davvero, a tutti coloro che mi hanno aiutato a renderla possibile.

Posted by annasilvia89 07:08 Archived in Kenya Comments (0)

foto

C'e' un ultimo post in arrivo, prometto, ma sono stata catapultata nella mia 'nuova vita' a Parigi dove sedermi per riflettere sulle ultime due settimane e' piu' difficile di quanto potessi immaginare. Nel frattempo, ho caricato foto su Facebook. https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10150289634188075&set=a.10150289634108075.346005.511278074&type=1&theater Dovrebbe essere accessibile anche a chi non e' mio 'amico' online.

Un saluto affettuoso a tutti

Posted by annasilvia89 03:50 Archived in Kenya Comments (0)

'International development' dal vivo

22 °C

Settima settimana ad Eronge. E i frutti dei nostri investimenti e del nostro lavoro cominciano ad essere visibili.

Nel laboratorio di fisica ci sono 13 dei 16 tavoli e 40 delle 60 sedie che abbiamo ordinato. Il Fundi (carpentiere) lavora a ritmi serrati, anche perche’ gli abbiamo detto che non pagheremo finche’ non vedremo il lavoro completato (ci ha assicurato che riuscira’ a finire il tutto grazie all’aiuto dei suoi due assistenti Fundi entro lunedi’ prossimo…). In Kenya , o perlomeno in questa parte del Kenya, non esiste l’opzione di andare al negozio e comprare il tavolo bello e fatto. Abbiamo dovuto comprare i diversi materiali separatamente- alcuni li abbiamo trovati in loco (come una buona parte del legno di cipro); altri, li siamo dovuti andare a comprare a Kisii (chiodi, colla, legno di pino ecc). Ci siamo trovati ad affrontare problemi che non credo possano presentarsi in Italia: per qualche motivo, in tutta la provincia di Kisii e’ stato impossibile trovare abbastanza legno di cipro per completare i tavoli. Era finito ovunque, o disponibile solo a prezzi esorbitanti perche’ natiuralmente chiunque abbia una riserva di tale legno la vende al miglior offerente per un prezzo pari anche a 50 volte il prezzo orgininale (30 scellini al piede). Ci hanno detto tutti che non ci sara’ legno di cipro disponibile per almeno i prossimi 6 mesi. Al che ci siamo dovuti rassegnare ad acquistare legno di pino, che va altrettanto bene, ha detto il Fundi, ma costa 5 volte tanto (150 scellini keniani per ‘piede’, che se non ricordo male sono piu’ o meno 30 cm).
Una volta trovato tutto il materiale necessario, i Fundi si sono messi al lavoro, a intagliare, piallare, levigare legno con una precisione, un’arte veramente impressionante. Non avevo mai visto un tavolo costruito a mano, e mi chiedo in quanti in Italia siano ancora in grado di fare un tale lavoro interamente senza macchinari. Oso solo immaginare quanto un tavolo fatto interamente a mano possa venire a costare in euro… qui, li stiamo pagando 40 euro l’uno.

Sui muri della scuola ci sono i poster che Chain ed io abbiamo disegnato: un grande poster per l’orientamento all’universita’ (con informazioni sulle materie necessarie per essere ammessi a certi corsi, il voto minimo per accedere a diverse istituzioni e i finanziamenti governativi disponibili per il pagamento delle tasse), e un’altro grande poster sull’HIV/AIDS. Venerdi’ scorso abbiamo organizzato un ‘Giorno della Salute’, per il quale abbiamo invitato due infermiere del vicino ospedale (chiamato VCT, Voluntary Counselling and Testing Centre) per fare una lezione sull’HIV (cause, modi di trasmissione, cure etc) e per amministrare un test di sieropositivita’ a chiunque volesse sapere il proprio status. La lezione parlava anche di contraccettivi, e le infermiere hanno anche fatto una dimostrazione su come ‘indossare’ un preservativo su un finto pene (cosa che non ho mai visto fare nelle scuole italiane, ma che e’ dimostrata sempre in lezioni di educazione sessuale in Gran Bretagna). Risatine a non finire, e meno male che ragazzi e ragazze fossero in due aule separate (l’idea era che ci potessero essere domanda ‘private’ che le ragazze si sarebbero vergognate a chiedere davanti ai ragazzi; i ragazzi sono molto piu’ sfacciati e sicuri di loro stessi!). Io e Chain ci siamo fatti avanti per primi per il test di sieopositivita’, che consiste semplicemente nel versare una goccia di sangue in un aggeggetto bianco lungo meno di 5 cm e aspettare 15 minuti. Con nostro grandissimo sollievo, praticamente tutti gli studenti hanno seguito il nostro esempio e hanno fatto il test. In tanti nei giorni precedenti ci avevano detto che non si sarebbero lasciati testare, per paura del risultato, o anche solo per paura dell’ago. Ovviamente il test e’ volontario e il risultato e’ confidenziale, ma siamo riusciti a convincere quasi tutti (tranne 1 ragazzo e 3 ragazze) dell’importanza di sapere il proprio status. Per ‘premio’ ci siamo fatti fotografare con chiunque avesse fatto il test (per qualche motivo gli studenti di Eronge sono FISSATI con le fotografie, e non appena tiro fuori la macchinetta mi assalgono di richieste – ovviamente poi vogliono che porti le foto a sviluppare e gliene dia una copia …). A quanto pare non ci sono sieropositivi nella scuola, anche se non ne posso essere sicura al 100% perche’ i risultati sono privati- ma ragazzi ovviamente chiacchierano, e in tanti sbandieravano i loro test kits con orgoglio. In una zona del Kenya dove il 20% della popolazione e’ HIV positivo, aver testato e ‘sensibilizzato’ 110 ragazzi ci e’ sembrato un ottimo risultato. E siamo stati contentissimi che la Preside ci abbia lasciato parlare anche di contraccezione e sesso sicuro nonostante la scuola sia cosi’ religiosa e contraria al sesso prima del matrimonio. Insomma… un successone di ‘Giorno della Salute’!

Un’altro ambito su cui ci siamo concentrati nelle ultime settimane e’ stata la biblioteca. La scuola non ha soldi per pagare una bibliotecaia, e per questo fino a oggi la biblioteca e’ stata gestita da Mr. Shem, il professore di chimica e matematica, che per quanto rigoroso e organizzato, non puo’ dedicare alla biblioteca piu’ di 5 ore a settimana. Lasciatemi fare un inciso- ad Eronge, come del resto in molte altre scuole tra cui anche quella in cui ero io a Hong Kong, non sono gli studenti a comprare i libri di testo, ma e’ la scuola stessa, che li presta agli student e poi li riprende indietro per riutilizzarli l’anno dopo. A Eronge, dopo i nostri acquisti, c’e’ 1 libro ogni 2 studenti per matemtica, chimica, biologia, Kiswahili e inglese, che sono le materie obbligatorie per tutti. Nelle altre materie, business, agricoltura, religione, storia, geografia e fisica, il rapporto libri:studenti e’ purtroppo ancora basso. Chain ed io abbiamo pensato che 5 ore a settimana non fossero abbastanza per assicurarci che i libri in biblioteca siano utilizzati al meglio. Abbiamo dunque proposto alla Preside di procurare a Shem un’assistente bibliotecaia, e abbiamo accettato con entusiasmo la proposta di rendere Rosy (la minuta e deliziosissima matrona 24enne che si occupa delle studentesse in boarding) assistente bibliotecaia. Insieme a Shem, abbiamo stabilito un nuovo sistema di prestito dei libri (che non vi sto qui a spiegare perche’ temo non sia proprio interessantissimo…), abbiamo spiegato a Rosy il suo nuovo lavoro (prima durante il giorno non aveva granche’ da fare se non aiutare in cucina) e adesso la biblioteca e’ aperta tutti i giorni dal lunedi’ al venerdi’ dalle 3 alle 6. Ovviamente non abbiamo idea se questo sistema verra’ mantenuto dopo la nostra partenza- in altre scuola con cui KEP lavora, i Project Workers del secondo anno hanno scoperto che tante delle iniziative messe in piedi l’estate precedente erano state smantellate per un motivo o per un’altro dall’amministrazione, o erano semplicemente state obbandonate. Noi stiamo facendo del nostro meglio per assicurarci che le nostre iniziative siano sostenibili e che verranno mantenute nel corso di tutto l’anno scolastico… ma solo i Project Workers dell’anno prossimo sapranno dirci se siamo stati realisti o troppo ambiziosi! Staremo a vedere…

Per non rendere il post troppo lungo, vi accenno solo al fatto che Eronge ha ora anche un nuovo campo per la pallavvolo e, grazie alla nostra mediazione, anche un gruppo tetrale che sta preparando una produzione basata su uno dei libri di testo di Kiswahili, che verra’ messa in scena in occasione della giornata raccolta fondi il 16 settembre. Dico ‘grazie alla nostra mediazione’ perche’ in realta’ io e Chain ci siamo limitati a parlare con gli studenti, appurare cosa loro volessero, parlare con i vari professori interessati e con la Preside e… da daaan! Eccovi il Gruppo teatrale. Gli studenti erano convinti che la Preside non li avebbe mai lasciati organizzare uno spettacolo teatrale, e non si sarebbero mai azzardati a sfidare la rigida gerarchia keniana nel chiedere alla Preside il permesso di organizzare un gruppo teatrale. La Preside in realta’ non e’ sembrata affatto contraria all’idea, anzi- dato che le abbiamo proposto uno spettacolo basato su uno dei libri di testo, ha visto l’iniziativa anche come benefica dal punto di vista accademico! Nell’attesa di trovare il modo di organizzare un qualche tipo di forum studentesco, o un qualche canale di comunicazione tra autorita’ e studenti, ci siamo limitati a fare da mediatori. Meglio di niente…

Posted by annasilvia89 08:34 Archived in Kenya Comments (1)

Quando il colonialismo diventa culturale

overcast 25 °C

Ogni volta che passiamo per Manga, un piccolo villaggio di massimo cinquanta case che e’ cresciuto intorno a un mercato di frutta e verdura coltivati nelle vicinanze, decine e decine di bambini corrono ai bordi della strada, gridando ‘msongo msongo’ (i bianchi i bianchi!). Manga e’ il mercato piu’ vicino alla nostra casa e ad Eronge, ed e’ li’ che arrivano i matatu (bus) da Kijauri e Keroka (due centri abitati di dimensioni un po’ consistenti- forse potrebbero addirittura apparire su GoogleMap?), indi per cui a Manga le nostre faccie sono ormai ben conosciute. Nonostante cio’, ogni volta che passiamo da li’ ci ritroviamo circondati e/o seguiti per strada da orde di bambini (si’, una media di 9 figli per donna si nota dalla quantita’ di bambini che ci sono in giro, e la maggior parte di loro sono impolverati e coperti di stracci).
Alcuni sembrano un po’ spaventati. Altri, che ormai ci conoscono un po’ meglio, si avvicinano spavaldi e ci porgono la mano. I Kenyani, c’e’ da dire, passano una buona parte del proprio tempo a stringersi le mani: anche quando si e’ incontrato qualcuno per svariate volte nello stesso giorno, stringersi la mano e’ una prerogativa assoluta. E non sto parlando di una strettarella di mano en passant, ma di un vero e proprio rito per cui ci si stringe le mani con vigore per circa un minuto, scambiandosi ‘Buwakire’ e ‘Bukawire mbuja’ (‘ciao come va?’ e ‘tutto bene’ rispettivamente, in Ekegusii) seguiti da svariati borbottii di approvazione e soddisfazione. Con i bambini che ci ronzano intorno per le strade, lo stringersi le mani e’ una faccenda piu’ rapida che con gli adulti, ma non meno importante- se non ci fermiamo per stringere la mano a tutti, questi marmocchi ci seguono per un bel pezzo. Non abbiamo mai provato ad ignorarli per vedere se ci seguirebbero fino a casa, ma sospetto di si.

Gli adulti invece, a Manga come altrove, si limitano a fissarci. Sia che si tratti solo di me e Chain, sia che si tratti di un gruppo piu’ grande, tutti ci fissano – nelle zone rurali piu’ che a Kisii, dove immagino la gente sia piu’ abituata a vedere bianchi che per le campagne dove solo poche ONG si avventurano e non si vede nemmeno l’ombra di un turista. E’ una sensazione stranissima sentirsi centinaia di occhi addosso quando si passa per un mercatino, una strada, quando si compra una qualunque stupidaggine ad una bancarella. E appena ci si mostra un minimo confusi rispetto alla direzione da seguire, al prezzo da chiedere ecc, decine di persone ti offrono di aiutarti. Alla stazione dei matatu di Kisii questo comportamento diventa addirittura snervante: il fine settimana scorso, appena scesi dal matatu da Kisumu, volevamo passare per il supermercato prima di proseguire il viaggio verso Eronge. In men che non si dica siamo stati ‘assaliti’ da decine di persone che continuavano a chiederci dove fossimo diretti, da dove venivamo, a che ora volevamo ripartire. E non c’e’ risposta che tenga: ti devono aiutare a tutti i costi. Stanchi, impolverati e affamati, Chain, Malaika ed io ci siamo sentiti sotto assedio e abbiamo dovuto farci spazio a gomitate urlandoci dietro ‘NON CI SERVE NIENTE SIAMO APPOSTO!’ per arrivare al supermercato in pace. A guidicare dal modo in cui si e’ lasciata irritare dalla situazione, direi che Malaika pensasse si tratti soltanto di guidatori di matatu che vogliono a tutti i costi farci salire sul loro matatu. A parer mio, non e’ cosi’: e’ il modo Kenyano di essere gentili, e’ il loro modo per aiutarci a trovare il matatu successivo. Non appena vedono bianchi, pensano che siamo persi nella giungla urbana keniana e abbiamo bisogno di aiuto. Perche’ si dovrebbero sprecare ad aiutarci? A parer mio, e’ per lo stesso motivo per cui i bambini sono cosi’ emozionati all’idea di stringerci la mano. Per lo stesso motivo per cui tutti ci fissano. Per lo stesso motivo per cui tutti pensano che siamo belli ed eleganti. Ed e’ perche’ siamo bianchi, e come mi ha detto una delle studentesse delle scuola ‘a noi piace tantissimo la vostra pelle’.

In un mese e mezzo in Kenya, mi sono sentita dire tante, tantissime volte quanto sono ‘smart’ (elegante) (anche quando abbino scarpe da ginnastica e gonna da suora missionaria- un accostamento da brivido), quanto sono bella (anche quando sono ricoperta di polvere, ho i capelli che sembro una scopa e stendiamo un velo pietoso sul resto), per non parlare delle proposte di matrimonio che ormai hanno raggiunto quota 9 (o giu’ di li’). Mi sento osservata e ammirata come fossi una superstar. O forse un aliena. Forse un misto tra le due. Quando le studentesse della scuola mi hanno detto per la prima volta ‘vorrei avere la pelle come la tua’ un brivido mi e’ corso lungo la schiena. Durante una delle molte visite che abbiamo prestato a studenti/insegnati/conoscenti, il professore di matematica di Eronge ci ha fatto promettere di tornare a trovarlo perche’ a lui piace ‘interagire con gente della nostra tribu’’ (indendeva dire, con noi bianchi). L’antropologa che c’e’ in me forse sperava di trovare almeno un po’ di rabbia e ribellione in loro verso i bianchi- per come sono stati trattati come meno-umani ai tempi del colonialismo, sfruttati come schiavi, derubati delle loro terre e delle loro ricchezze, e poi abbandonati al loro destino in balia di un sistema internazionale in tutto e per tutto in mano alle grandi e ‘bianche’ potenze mondiali, che non rinuncerebbero mai a una fetta di quella torta che e’ il mercato internazionale per mantenere le promesse di sviluppo economico che invece vengono cosi’ generosamente elargite in contesti diplomatici. E invece i Keniani (o per lo meno, quelli con cui ho avuto occasione di parlare io) sembrano rimpiangere i tempi del colonialismo, quando i bianchi hanno ‘portato la civilizzazione’’ (parole testuali). Sotto molti punti di vista, si ritengono inferiori. E io ho il mio bel da fare a raccontare come da piccola questa cosi’ bella pelle color latticino mi e’ costata dolorose scottature e migliaia di scellini kenyani in creme&cremine solari; come anche l’Europa abbia i suoi problemi (anche se no, nessuno muore di fame, e no, strade sterrate come quella che portano ad Eronge non esistono, o quantomeno vengono classificate come ‘non percorribili da veicoli’). O a spiegare loro che, anche se costoso, per me il biglietto per il Kenya non ha un prezzo proibitivo, e nella mia vita in Europa sono solo una studentessa, attualmente con un debito di 9mila sterline con il governo inglese che ha pagato le mie tasse universitarie. Per loro, al contrario, il prezzo di un biglietto aereo corrisponde ai guadagni di una vita (o forse piu’), e no, il governo inglese non pagherebbe anche per la loro educazione universitaria, perche’ non vengono da un paese dell’Unione Europea.

Come convincerli che siamo tutti uguali, che siamo tutti parte della razza umana e il colore della pelle non conta? Che la bellezza e’ un concetto relativo e che e’ solo perche’ i bianchi sono ricchi e potenti che i keniani ci considerano belli? (non e’ forse vero che la pelle bianchissima era considerata bella al tempo in cui gli aristocratici erano gli unici a potersi permettere di non lavorare in campagna ed essere abbronzati, mentre al giorno d’oggi solo chi ha tempo e soldi ‘da sprecare’ in vacanze al mare e tintarelle ha quel colorito scuro che cosi’ in tanti invidiamo?). In attesa di trovare risposte, continuo a stringere la mano a tutti i bambini di Manga che muoiono dalla voglia di toccare un bianco, e mi presto ad andare a tutte le cene (sempre e comunque a base di ugali e sukuma wiki) a cui vengo invitata assecondando il desiderio tutto keniano di avere ‘l’onore’ di interagire con dei bianchi. E cerchero’ di non farmi irritare dagli sguardi imbambolati di adulti e
bambini quando passiamo per le strade, e nemmeno dalla loro insistenza nel volerci per forza aiutare.
Pero’ e’ il caso che l’antropologa che c’e’ in me metta la testa sotto la sabbia come uno struzzo, e mediti sul concetto di colonialismo culturale.

Posted by annasilvia89 08:35 Archived in Kenya Comments (2)

week 5 blues

ricaricando le batterie sul Lago Vittoria

overcast 27 °C

A Cambridge l'anno scolastico e' costituito da tre bimestri, ciascuno di 8 settimane. Tutti sanno che la quinta settimana e' la piu' tosta di tutti, e tutti hanno un muso lunghissimo a causa del rinomato 'week 5 blues'. Anche in Kenya, durante la mia quinta settimana, sono stata affetta appunto da tale malinconia da quinta settimana. Gli studenti sono in vacanza, per due settimane, e solo i piu' grandi (Form 3 e 4) torneranno a partire dal 15 agosto per due settimane di lezioni 'extra' (tutorial). Io e Chain siamo rimasti a lavorare a scuola, alle prese con la parte piu' noiosa della nostra avventura: abbiamo plastificato 800 libri con copertine di plastica, completato le ordinazioni per il legname per i tavoli per il laboratorio e litigato con uno dei lavoratori che ci voleva fregare in lungo e in largo quintuplicando il costo del trasporto materiali. Tutto risolto alla fine grazie alla mediazione di Jane Samba, la preside, alla quale nessuno propone un prezzo da muzungu (bianchi) poiche' e' una residente locale. La settimana si e' conclusa con un meeting di mezza estate a Kisii con tutti gli altri Project Workers, per valutare a che punto dei vari progetti ci troviamo, condividere episodi divertenti e frustrazioni. E' stato un sollievo constatare che per tutti e' difficile lavorare con la tempistica Kenyana, per cui ti dicono 'il meeting comincia alle 9', e il meeting invece comincia alle 11, comprende un'ora per le presentazioni e le preghiere all'inizio e una quantita' di convenevoli che farebbero smadonnare anche un santo (e io di santo ho veramente poco...). Anche vivere a strettissimo contatto con qualcuno che fino a un mese fa era un perfetto sconosciuto a volte non e' facilissimo- Chain e' una di quelle persone che so per certo non avrei mai frequentato all'universita' (tanto per dirne una, la sua famiglia e' ricchissima, e di conseguenza ha uno stile di vitaparecchio diverso al mio quando e' a Oxford…) e anche se ce la caviamo discretamente bene insieme, non litighiamo mai e cooperiamo in tutto e per tutto, passare 24 ore su 24 senza interruzione con la stessa persona mette i nervi a dura prova. Per di piu' la quinta settimana del progetto e' in teoria una settimana di vacanza. Tutti gli altri Project Workers sono andati sulla costa (a Mombasa) o in Uganda. Invece, Chain, un'altra ragazza che si chiama Malaika ed io non siamo potuti andare in vacanza perche' dovremo tornare in Europa prima del tempo previsto (io perche' il mio master a Parigi comincia il 5 settembre!) e quindi se andassimo in vacanza non potremmo dedicare al progetto le 8 settimane che KEP ci richiede. Per consolarci abbiamo deciso di farci un finesettima prolungato di vacanze, e siamo andatia Kisumu, sulle sponde del lago Vittoria- il lago piu’ grande del mondo.
Kisumu pur essendo la terza citta’ piu’ grande del Kenya da’ l’impressione di essere una cittadina, perche’ la strade sono ampie, il trafficomolto tranquillo, e non c’e’ quella nuvola di polvere e caos che attanaglia anche i piu’ bendisposti a Kisii. Il lago Vittoria e’ uno spettacolo. Abituata come sono ai laghetti del Viterbese, le dimensione, gli odori e i colori del Lago Vittoria mi hanno lasciato senza fiato. Sembra un mare, piu’ che un lago- c’e’ odore di mare e non si vede la riva opposta (anche perche’ la costa e’ disseminata di baiette). A Kisumu abbiamo conosciuto due ragazzi che vivono da un paio di mesi nella stanza accanto a quella dove abbiamo risieduto noi tre per due notti, e questi due ragazzi (un Americano e un inglese) ci hanno accompagnato a Dunga Beach, una spiaggetta sul lago dal quale partono un sacco di barchette e pescherecci. Da li’, alcuni loro amici ci hanno fatto fare un tour del lago di un paio d’ore. I nostri due nuovi amici mzungu (bianchi) hanno passato l’ultimo mese ad allenare una squadra di canottatori locali nella speranza (non troppo remota) che si qualifichino per le olimpiadi. Durante il fine settimana pero’, non si erano potuti allenare nel nuoto per via di un coccodrillo che era stato avvistato dai pescherecchi nella baietta dove solitamente i canottatori si allenano. Ovviamente le nostre guide non hanno perso l’occasione di portarci esattamente in quella baietta, dove sguazzava beatamente detto coccodrillo. Buon viso a cattivo gioco, ho trattenuto la fifa blu (considerate che eravamo veramente su una barchettina, da 10 posti al massimo, e con la mano potevo tranquillamente toccare l’acqua) e ho cercato di ‘rilassarmi’. Il povero coccodrillo, attratto nella baia a quanto pare dalle tenere carni (?) di un ippopotamo morto (che abbiamo visto sulla costa), aveva purtroppo le ore contate poiche’ la gente locale aveva organizzato una spedizione per ucciderlo per il giorno seguente: e’ troppo pericoloso avere un coccodrillo in una zona in cui i pescatori entrano in acqua in continuazione e potrebbero essere attaccati (al che le rassicurazioni sul fatto che vedere un coccodrillo dalla barca da 3 metri di distanza non e’ pericoloso mi sono sembrate un po’ infondate… ma che potevo farci, nel bel mezzo del nulla sul Lago Vittoria??). Insomma- il povero coccodrillo, se la spedizione e’ andata a compimento, e’ gia’ bello che defunto. In realta’ ce ne sono moltissimi altri in giro per il lago, e sono specie protetta, ma se si fanno trovare nelle zone ‘sbagliate’ del lago, allora vengono uccisi. Di ippopotami invece che ne sono a bizzeffe- ne abbiamo visti veramente tanti, grossi, grassi e viola. Che bestie ridicole! Oltre a coccodrilli e ippopotami, la fauna locale vanta anche qualche migliaio di uccelli e una vasta gamma di insetti di varie dimensioni, tra cui zanzare dale dimensioni che approssimano quelle di un elicottero.
La gita sul lago e una mezza giornata in piscina il giorno seguente hanno risollevato le sorti della mia quinta settimana. Kisumu e’ calda e afosa, e dopo aver passato oltre un mese con gonne lunghe e magliette-che-rivelano-il-meno-possibile, sia io che Malaika non vedevamo l’ora di farci un tuffo in piscina in costume da bagno. Per appena 200ksh (€1.50) abbiamo potuto nuotare liberamente e goderci il caldissimo sole kenyano sul bordo della piscina di un albergo. Crema solare protezione alta, ovviamente, e siamo riuscite ad abbrustolirci dolcemente senza ustioni di nessun tipo. Con le batterie di nuovo cariche e tanta energia positiva, siamo dunque tornati alla base a Kisii e da li’ ai nostri rispettivi villaggi. E avanti si vada!

Posted by annasilvia89 05:21 Archived in Kenya Comments (0)

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